Agenda Digitale è un sito che spesso si occupa di PA e comunicazione. L’amico Alessio Pecoraro scrive di questi argomenti e ogni tanto chiede anche il mio parere assieme a quello di altri esperti.
Ecco alcune delle cose che gli ho detto.
16/11/2022
Il nuovo Twitter di Musk che sogna l’app per fare tutto
Non credo alle migrazioni da un social all’altro. Per dire FriendFeed è scomparso, pur essendoci i cloni tecnicamente identici e funzionanti all’epoca.
10/07/2024
La sostenibilità silenziata: perché le aziende non comunicano più le strategie green
le aziende e i brand debbano comunicare i loro progetti green ma solo a patto che l’azienda creda davvero in quell’impegno e lavori in maniera proattiva in campagne e valori da difendere.
Se è solo una mossa strumentale o per seguire una moda allora prima o poi verrà smascherata e si rischia un effetto boomerang, dal punto di vista reputazionale, che di solito fa più male dei benefici che si pensava di ottenere.
16/04/2025
Marketing su X: perché in Italia resta una scelta di nicchia
X resta un canale di nicchia soprattutto per chi si occupa di pubbliche relazioni ed a cui i giornalisti danno molta più importanza di quanto abbia.
30/04/2025
Google “AI Mode”: ecco perché cambia tutto per la SEO e le aziende
Già da parecchi anni aumentano costantemente le cosiddette ricerche “zero-click”, ossia ricerche che non portano a un clic verso un sito web. Ad esempio, se vogliamo sapere l’indirizzo o gli orari di un ristorante, ci fidiamo di quelli che suggerisce Google senza entrare nel sito del locale; se vogliamo conoscere il risultato di una partita disputata ieri, Google ci fornisce i dati senza bisogno di visitare un sito di notizie sportive
Non credo cambierà molto durante il prossimo anno in termini di quote di mercato
Oggi, sempre più utenti, anziché sfogliare i risultati dei motori di ricerca (la SERP, la cui vetta si cercava di scalare con tanto lavoro), chiedono direttamente all’intelligenza artificiale di trovare informazioni, soprattutto da quando l’AI può accedere al web. Molti si affidano all’assistente vocale (Siri, Alexa, Google) per fare ricerche e si fidano della risposta che ottengono. Se fino a qualche anno fa il predominio di Google tra i motori di ricerca sembrava inscalfibile, con l’avvento dell’AI qualcuno ha iniziato a dubitare della capacità del colosso della ricerca di mantenere la sua centralità nel traffico web. In questo scenario si potrebbe pensare che l’obiettivo della SEO non sia più essere ben posizionati sui motori di ricerca, ma piuttosto emergere come fonte autorevole agli occhi dell’AI per essere citati dai vari assistenti nelle loro risposte. Questo sicuramente metterà fine a certe pratiche che già erano diventate meno efficaci, come basarsi su forzature tecniche (densità delle parole chiave, link building esasperato, per citarne alcune). Si premieranno invece, e la tendenza era chiara da anni e sta solo accelerando, i contenuti autentici e di qualità. Diventerà essenziale essere una fonte autorevole sul proprio argomento e concentrarsi maggiormente sulla persona che leggerà il contenuto, cercando di capire se il nostro testo risponde davvero alle sue esigenze
La tendenza più immediata a un livello avanzato sarà quella degli “agenti”, sistemi di AI addestrati molto bene su specifici argomenti e che rispondono con maggiore affidabilità solo su quelli. Il lavoro di chi si occupa di SEO sarà quindi sempre più orientato alla cura dei contenuti e all’eliminazione di quelli ininfluenti e poco importanti. Sarà necessario avere idee chiare su quale vogliamo sia il focus dei nostri siti e saremo sempre più spinti a essere informati, autorevoli e ad avere qualcosa di significativo da dire. Tutto sommato, non credo sia un male
18/09/2025
Slow marketing: perché la Gen Z rifiuta la comunicazione invasiva
La comunicazione deve privilegiare la presenza autentica e non quella costante. Le esperienze umane privilegiano intenzionalità e genuinità della connessione indipendentemente dal medium utilizzato. Online e offline non sono distinti, sono pezzi del mosaico comunicativo in cui ci muoviamo. Le aziende devono privilegiare l’autenticità, riconoscere il costo energetico delle interazioni quindi non diventare ossessive. Offrire valore genuino e presenza selettiva. La comunicazione deve essere invitante, è la qualità non la quantità a portare valore
6/11/2025
Leadership storytelling: come il racconto trasforma i brand
“Why do it” è solo una nuova campagna, non un nuovo payoff aziendale. Gravi errori commerciali nel momento sbagliato hanno dato fiato e coraggio a molti competitor.
Oltre a tornare sui suoi passi dal punto di vista commerciale, Nike dichiara di voler agire di nuovo con la grinta che ha sempre predicato e che mettono in campo alcuni dei campioni che le fanno da testimonial.
16/01/2026
Made by human: perché i grandi brand ora celebrano il tocco umano
Il marketing va dove vanno i consumatori a cui si vuole rivolgere.
Se un brand pensa di rivolgersi a persone su cui fa più presa la tecnofobia o il bias dell’artigianalità può adattare il proprio linguaggio per essere più in sintonia con quelle persone. Ed è chiaro che queste nicchie continueranno ad esistere: ci sarà sempre qualcuno che diffiderà dell’AI e qualche azienda deciderà di parlare volontariamente la loro lingua.
Contemporaneamente ci saranno brand il cui pubblico sarà più vicino al techo halo effect e per i quali l’uso dell’AI sarà dato quasi per scontato. La solita polarizzazione che osserviamo in ogni ambito.Resto convinto che l’AI rimarrà comunque e che il mercato tenderà progressivamente ad integrarla, proprio come è successo in passato con altre tecnologie. Smetteremo di citarle come abbiamo smesso di citare il computer, internet o la fotografia digitale.
AI free sarà come citare i vinili nel campo della musica: visione affascinante per alcuni ma che sposta una frazione minima del mercato, che ormai è completamente digitale sotto varie forme.
12/03/2026
Ecco la nuova pubblicità occulta: si nasconde nelle risposte dell’AI
Negli anni la SEO è stata data per ‘morta’ svariate volte. Non è mai stata una tecnica però ma un principio: posizionarsi dove le persone cercano le risposte.
Ieri erano gli elenchi telefonici, poi i motori di ricerca, oggi i chatbot.L’AI non distingue tra frequenza e verità. Se un’affermazione falsa viene ripetuta abbastanza volte in contesti apparentemente autorevoli, diventa parte del modello.
Chi controlla le fonti più citate controlla la narrazione.L’AI non sa cosa è vero, sa cosa ‘suona vero‘ in base ai pattern linguistici su cui è stata addestrata.
Il problema è che le risposte arrivano con un tono così sicuro che sembrano fatti.
Nessun ‘forse’, nessun ‘secondo alcune fonti’. Scambiamo la fluidità per accuratezza.
La regola dovrebbe essere semplice: usare l’AI per esplorare, mai per concludere.
10/04/2026
Dalla SEO alla ricerca AI: perché la fiducia vale più del ranking
È il passaggio da ottimizzazione per pagine a ottimizzazione per fonti, la SEO non sta scomparendo si sta ‘solo’ spostando.
Le piattaforme non si limitano più a indicizzare contenuti, sintetizzano reputazioni che nascono sempre meno dai canali proprietari e sempre più da ciò che le persone dicono altrove.
Per cui le aziende dovrebbero smettere di pensare solo in termini di contenuti propri e iniziare a ragionare in termini di narrazione collettiva.Chi lavora su contenuti autorevoli, dati verificabili e riconoscibilità diventa citabile e quindi visibile.
Negli anni si è spesso contrapposto digitale e fisico, come se fossero in contrapposizione tra loro.
In realtà sono due facce della stessa medaglia. Non lo definirei un ritorno all’economia di vicinato, piuttosto una sua evoluzione.
07/05/2026
L’AI cambia la pubblicità: più vendite, meno controllo
Mi dispiace rompere la narrazione dominante, ma Google e Meta crescevano già prima che l’AI diventasse un tema mainstream.
L’AI ha solo dato uno strumento in più a qualcosa che già funzionava.
È la logica del moltiplicatore: l’AI amplifica le competenze di chi le ha e sa usarle così come amplifica l’efficienza di piattaforme già dominanti. Non vedo nessun boom, ma solo una continua ottimizzazione di un motore molto efficiente che è già in motoQuanto lavoro serve, per le aziende e i loro brand, per affinare questi modelli?
Molto più di quanto la narrazione che trova spazio sui giornali fa credere. Il lavoro più pesante non tecnico, è culturale.
Prima di parlare di strumenti un’azienda deve fare i conti con se stessa: sa dove vuole andare? Ha una strategia chiara? Ha reali competenze da mettere in campo? Perché l’AI non risponde a queste domande le amplifica. Il rischio più diffuso nelle aziende oggi è scambiare l’adozione di modelli e strumenti con la trasformazione.Attenzione, però, al rovescio della medaglia: la democratizzazione intensifica la concorrenza.
L’AI permette ad una piccola azienda di fare cose che cinque anni fa richiedevano il coinvolgimento di un’intera agenzia di comunicazione.
Quando tutti possono fare le stesse cose la concorrenza sale e i costi si adeguano. I budget necessari per ottenere risultati con l’advertising crescono, i tempi si allungano, le piattaforme diventano più affollate. Democratizzare l’accesso intensifica la competizione.Il vantaggio non è più negli strumenti ma è di nuovo in chi ha una strategia chiara. Velocità e quantità sono diventate commodity. Chiunque può produrre tanto e farlo in fretta. Ciò che resta raro, e quindi prezioso, è sapere cosa dire, a chi e perché.
L’idea che si possa impostare un obiettivo, delegare tutto all’algoritmo e aspettare i risultati è la promessa più pericolosa che circola oggi nel marketing digitale.
L’eccesso di tecnologia e la velocità di sviluppo sono ‘armi’ a disposizione dei marketer, così come delle aziende e dei loro brand, ma L’AI ottimizza per i propri parametri non per il business delle aziende e dei loro brand. Questo è un rischio del quale tenere conto.
26/05/2026
La nuova pubblicità AI di Google: che cosa ci aspetta
Google ha ridefinito la ricerca online e continua a dominarla. Non perché sia infallibile (sui social ha fallito, sull’AI sembra spesso in rincorsa), ma perché il suo ecosistema è troppo vasto per essere ignorato: mappe, annunci, YouTube che ha conquistato i salotti di casa direttamente dalla tv, non solo su telefoni e computer.
Il nuovo CEO del gruppo di Warren Buffett ha più che triplicato gli investimenti in Google. Non è certo un atto di fede: è una lettura lucida di chi controlla ancora i punti di accesso reali alla rete, nonostante il settore si frammenta sempre di più con sempre più ecosistemi in collegamento disordinato tra di loro.
Da sempre Google è un motore di risposta, non un semplice motore di ricerca.
Il Knowledge Graph è comparso quasi 20 anni fa. Allora in molti dissero che avrebbe distrutto il traffico organico. Sappiamo com’è andata.
Chi ha vissuto quel momento ha imparato una cosa: Google ottimizza per l’utente, non per gli inserzionisti.